Quando lo stato uccide: la profezia di Frederic Bastiat.

La petizione dei fabbricanti di candele contro la concorrenza sleale del … Sole: “C’è un rivale straniero che sta inondando di luce il mercato interno a un prezzo incredibilmente basso. Il governo deve proteggerci: vi chiediamo di approvare una legge che richieda la chiusura di tutte le finestre, oblò, abbaini, lucernari, persiane, tende e veneziane …”

Frederic Bastiat, economista, scrittore e politico francese, 1801-1850, è seppellito a Roma nella chiesa di San Luigi dei francesi, famosa per le opere del Caravaggio.

La satira di Bastiat, (detto anche Bastiat Contrario), risale al lontano 1848, eppure questo intelligente sagace liberista aveva già lucidamente individuato le “fallacie economiche ed intellettuali” contro cui occorreva battersi, (allora), per evitare che l’economia potesse trasformarsi, sotto la spinta di pulsioni politiche, in una ideologia morale; cosa che fu poi realizzata alla grande dal duo Marx-Engels.

Insomma, John Maynard Keynes dimostrò pochi decenni dopo, (riprendendo i deliri dei fabbricanti di candele), come fosse facile uscire dal rigoroso sentiero della materia economica, per ritrovarsi poi aggrappati ad un dogma, ad una fede con un fardello in più, trattandosi di fede: nessuna uomo moralmente accettabile può permettersi di discuterla. Ma si sa, la fede, qualunque fede, prescinde dal contatto reale con le questioni della vita vera, più o meno organizzata. Non è un teorema, la fede: è un secco postulato, (poche le eccezioni, ma non è questa l’occasione per approfondire).

Friedric von Hayek, (1899-1992), nella sua introduzione ai “Selected essays on political economy”, (opera di Bastiat del 1848), scrive: … “È improbabile che anche solo una tra le fallacie economiche che si sperava Bastiat avesse ucciso, una volta per tutte, non sia risorta” … poi aggiunge … “La petizione dei fabbricanti di candele contro la concorrenza sleale del sole, in cui si chiede che vengano proibite le finestre per il beneficio che la prosperità dei fabbricanti di candele conferirebbe a tutta la società … secondo Keynes, in base all’assunto del pieno impiego e coerentemente con la teoria del moltiplicatore, la presente argomentazione, dei fabbricanti di candele, a piena validità” …

Tutto questo fa da sfondo o presupposto, fate voi, alle follie odierne, ne individua le origini e potrebbe aiutare a comprenderne i limiti, ammesso che qualcuno avesse intenzione di farlo, cioè uscire dal dogma e rientrare nell’alveo della materia economica, nel mercato vero, per capirci, dove i consulenti investono o dovrebbero investire.

Oggi siamo racchiusi in una bolla di buone intenzioni.

Che siano le attività delle banche centrali, i tassi, le cartolarizzazioni, i too big to fail, le sedicenti meraviglie della globalizzazione o altro, operiamo e viviamo immersi in un’economia finta, dipinta come libera soltanto su alcuni testi ed in qualche articolo di fondo, eppure mai liberata sul serio dei vincoli di un delirio molto spesso di … comodo. Un’economia dove quasi tutti i riferimenti teorici e tecnici della materia economica, sono superati dalle attività istituzionali: sì, ci siamo capiti, quelle volte a porre rimedio. La solita vecchia storia: si fa tutto a fin di bene. Basterà ripassare alcuni tratti salienti delle riflessioni proposte da Bastiat, per scoprire come una folgorazione la loro attualità, il loro perfetto ripetersi nel tempo: questi deliri, infatti, che siano presenti o passati, contengono la matrice della persistenza umana: sono pertanto facilmente comprensibili, decodificabili, alla luce di una ordinaria antropologia economica.

Non esistono buche gratis.

Bastiat sosteneva che i Lavori Pubblici producono vera ricchezza in un solo caso: quando forniscono alla collettività i beni necessari e di cui si avverte realmente il bisogno. La favola dell’opera pubblica utile in sé, anche soltanto per il fatto di generare lavoro, quindi consumi e Pil, è appunto una favola. Da un lato di questa medaglia, che è l’opera pubblica, c’è infatti l’operaio al lavoro per realizzarla, dall’altra però c’è un altro operaio, questa volta disoccupato, perché lo Stato ha prelevato risorse dal suo campo per destinarle all’opera pubblica. Questa è la finestra di Bastiat: ciò che si vede, contrapposto a ciò che non si vede.

Anche Napoleone era catturato da questa idea. Credeva infatti, racconta Bastiat, di fare opera filantropica facendo scavare e riempire canali. Diceva anche: “Che importa il risultato? Occorre vedere soltanto la ricchezza sparsa fra le classi operaie …” Vedete come colpisce il parallelismo tra questo approccio di allora e quello moderno, diciamo pure altrettanto delirante, che fa sostenere a moltissimi politici di oggi che “occorre redistribuire la ricchezza …”, spacciando questa idea come fosse la soluzione migliore per risolvere il problema della povertà, anziché tentare di comprenderne le origini, (tra cui, in prima fila, annoveriamo i miti della globalizzazione e della piena occupazione).

“L’anno scorso ero nella commissione finanze, racconta ancora Bastiat, e non c’era modo di far capire ai miei colleghi che se aumentiamo l’appannaggio del presidente, (come dei pubblici funzionari), dovremmo poi aumentare le imposte ed in tal modo renderemo più poveri agricoltori o terrazzieri: essi non potranno più completare la preparazione dei campi, oppure ripulire per bene gli argini. Se per un verso avremo più guadagni da parte di ristoratori e sarti parigini, dall’altro avremo campi meno lavorati e sponde meno sicure. Ciò che si vede e ciò che non si vede: una addizione non fornisce una somma diversa a seconda che là si svolga dall’alto verso il basso o viceversa …”

Al riguardo, per comprendere la continuità culturale di questi approcci, basterà ricordare la celebre frase di Keynes, in quanto al debito pubblico ed al peso di doverlo rimborsare: “tanto tra 100 anni saremo tutti morti …” diceva, altro che economia!

L’utopia dei soldi per tutti (oggi diremmo: i guai del credito politico).

Le azioni si contano, è vero, ma il vizio di pesarle, (nato nel dopoguerra con Cuccia), non ha ancora abbandonato del tutto il nostro sistema finanziario. Ebbene Bastiat già a suo tempo osservava che “in Francia si stava tentando di universalizzare la ricchezza universalizzando il credito”, (era metà dell’ottocento e già qualcuno intuiva il sorgere di fenomeni come la bolla del debito e delle cartolarizzazioni senza fine). Prestare soldi agli amici, anziché ai più meritevoli, non produce espansione in ogni caso, cioè l’espansione non si produce per il semplice fatto di immettere risorse nel sistema. In tal modo, infatti, si sottraggono risorse a chi è capace di sviluppare un buon reddito da quelle risorse, cioè a chi sa produrre espansione. È sempre in ballo il concetto di cose che si vedono e cose che non si vedono.

La Cassa per il Mezzogiorno ha inondato il meridione di migliaia di miliardi di lire, (questo è il primo lato della medaglia), ma nello stesso tempo ha sottratto quelle risorse ad altri, più efficienti, che avrebbero potuto trasformarle in una espansione strutturale, per sé e per gli altri: sotto i nostri occhi oggi vediamo il risultato di quella politica scellerata. Oggi il nostro sud continua ad essere fanalino di coda in tutto … e allora? Su questo tema si dovrebbe aprire una lunga analisi, essendo comunque in gioco il fattore umano, quindi morale, che nella vicenda meridionale ha giocato e gioca un ruolo determinante, ma sarebbe ben altro intervento.

E allora, diceva Bastiat, in nessun paese si possono passare da una mano all’altra più prodotti di quanti ce ne siano disponibili. Indipendentemente dalla somma di numerario e di carta che circola, tutti i mutuatari non possono ricevere più aratri, più case, più attrezzi, approvvigionamenti, materie prime di quanti tutti i prestatori insieme possono fornire. La differenza, insomma, la fanno i destinatari, quindi: se le risorse sono allocate presso i migliori, senza barare con aiuti di Stato pilotati o altre forme di raccomandazione, (pensiamo oggi alle nostre mafie), il risultato sarà eccellente, per tutto il paese, in modo duraturo e strutturale: i migliori si riproducono, con benefici effetti per tutti.

La svolta non è racchiusa nelle misure eccezionali.

Ciò che si concede ad uno, si nega all’altro, per via della limitazione oggettiva dei mezzi a disposizione. L’ingiustizia, ma soprattutto l’inefficienza economica, (con le conseguenze durature che produce), nascono da qui. Evitare che fallissero le banche è stata attività forse lodevole, ma il concetto della moneta a due facce di Bastiat risulta comunque vero e verificabile, anche in questo caso apparentemente estremo: se non si analizzano le motivazioni di un insuccesso, come si può consentire a chiunque di sopravvivere, e che mercato consegue a questo salvataggio universale? Nel ciclo economico successivo, questi attori inefficienti potranno tornare a riprodurre il proprio vizio, spargendolo per tutto il mercato. È stato impedito al mercato di presentare a costoro il conto: lo abbiamo pagato noi, ma senza intercettare alcuna responsabilità, tutti liberi ed assolti.

Ha un sapore americano la visione economica del signor Federic Bastiat, un sapore gonfio di saggezza e semplicità, rinnovata circa 100 anni dopo dalla Scuola Austriaca. Ebbene si pone oggi, davanti ai nostri occhi, proprio il tema di una corretta interpretazione della vicenda economica, a tutti i livelli. Sono ormai tanti, forse troppi, i fraintendimenti e le interferenze che si sono sovrapposti, dal dopoguerra ad oggi, passando anche attraverso ideologie politiche e religiose. L’interventismo, quello della peggiore specie, a pioggia, si è di fatto sostituito alla vigilanza, quella sì indispensabile per mantenere libero il mercato, assieme alla nostra libertà. Hanno usato dogmi e proclami per interferire con le leggi dell’economia, (leggi che il più delle volte costoro non conoscevano). Hanno lanciato anatemi contro il liberismo ed il mercato libero, accusati d’essere causa e cagione di ogni nefandezza, ed hanno mischiato anche il credo, (con il suo portato di cieca ubbidienza e di sequela), mettendo la fede nel calderone dell’interventismo: di nuovo abbiamo avuto crociate contro abbaini e finestre, oblò e lucernari, nel 20º secolo. Hanno celato al mondo il gusto semplice, umano illuminante delle leggi economiche.

La ricerca di “senso” nelle scelte di investimento.

Ora, quando parlo ai clienti di mercato, di ciò che è realmente il mercato, non posso fare a meno di sottolineare il valore della ricerca di senso, che è proprio quello che manca a questa nostra globalizzazione oramai trasformata in dogma. Essa riduce piccoli imprenditori in vetrine chiuse o laboratori incagliati per poi sostituirli con giganteschi monopoli, dove si perde la ricchezza della diversificazione: dov’è il senso? Un bosco vive di cespugli, ma vallo a spiegare agli interventisti che oggi impongono la globalizzazione come fatto positivo e moralmente doveroso, mentre mantengono intatto il loro interesse per i fabbricanti di candele: un vero e proprio cortocircuito.

Il mercato non è che una somma di interferenze nel breve, (Stato in testa), ma poi è tutto ciò che resta delle interferenze stesse. Insomma, non si può prescindere dalla analisi di queste interferenze, dalla conoscenza di queste interferenze, per arrivare a conoscere il mercato: perché il mercato vero, quello che vince sempre, è quello delle persone e delle famiglie. E allora, al mio cliente che dice di voler destinare una parte del suo risparmio alla costruzione di una scorta che lo sostenga tra circa 10-15 anni, suggerisco di mettere in pratica tutto ciò che ha letto sin qui: pesare le interferenze e lasciare il giusto tempo alle sostanze attive del mercato, quindi anche al tempo, affinché queste possono depositarsi tranquillamente sul fondo del contenitore, perché:

— i tassi a zero, o anche negativi, potranno forse impedire alle aziende sane di produrre utili, ovunque nel mondo?

— E quando un’azienda fallisce e la sua produzione si arresta, scompare forse con quell’azienda anche la domanda dei consumatori? Non viene questa soddisfatta dalle altre aziende? E questo non significa che il mercato e la rappresentazione del genere umano?

— I dazi impediranno forse alle persone e alle famiglie di adoperarsi per migliorare la loro condizione, ovunque nel mondo?

— L’Europa, l’euro, potranno forse fungere da diga di fronte ai desideri di vita e di progresso dei popoli europei ancora per molto?

— La vita è sempre soltanto espansione, come il genere umano, solo con alcune regole …

Quindi, cari risparmiatori, se volete investire saggiamente ricordate che le cose che fanno la differenza sono soltanto due: dove mettete i soldi e come lo fate.

Quindi:

— le attività produttive del mondo non conoscono sosta, ma solo un’altalena ritmica e strutturale che non produce danni, che va assecondata: mettete qui i vostri soldi e mantenete una scorta di cassa per i momenti di ribasso, per mediare sull’altalena … tanto dopo un po’ di tempo non sarà più necessario.

— Non fate i creditori.

— Eliminate le incertezze con i quattro passi: diversificazione elevata, guadagno giusto, restare sul mercato paga, scegliere sempre prodotti attivi più controllo.

— Ricordate che anche la disciplina determina il risultato.

Ecco perché suggerisco di familiarizzare con l’analisi di scenario. Senza una stima delle componenti del campo, (esplicitate e non, a partire da quelle umane), senza interpretarle, decodificarle, rischi di cadere nelle stesse buche che tu stesso hai creato. E se non arrivi a percepire le distorsioni provocate dalle interferenze, rischi di non vederlo affatto, quel campo di battaglia.

Dobbiamo riprendere nelle nostre mani il controllo del senso, l’interpretazione del senso, e partendo da qui ricostruire un rapporto sano e antropologico con il mondo e con il mercato. Che questo rapporto sia ecologico e naturale, cioè rispettoso di ciò che siamo e di ciò che il mercato è, per somma di presenze come di interferenze: lo facciamo con il cibo e con l’ambiente, perché mai trascurarlo con la nostra stessa storia?

Investire è un’arte semplice, difficile farlo capire.

Luciano Fravolini

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Orizzonte rosa. Lavorare con i maschi.

Magari lentamente ma i tempi stanno cambiando. A Berlino e Londra governano due donne, Angela Merkel e Theresa May. C’è una donna, Christine Lagarde, alla guida del Fondo Monetario Internazionale e molte altre ricoprono il ruolo di amministratore delegato in importanti multinazionali. E in Italia?

Da sempre siamo mal piazzati nelle classifiche sulle pari opportunità e siamo ancora percepiti come un paese maschilista. Tanto per non smentirci, dei 18 ministri del neo governo Conte, solo 5 sono donne. Eppure citando il libro di Aldo Cazzullo Le donne erediteranno la terra, in Italia sono donne la sindaca della capitale, la presidente del Senato, le direttrici delle principali carceri, l’astronauta più nota … E una volta arrivati ai vertici, però, che inizia la sfida: bisogna sapersi muovere in un ambiente “al maschile”, possibilmente senza snaturarsi.

Le donne che hanno raggiunto i vertici dell’imprenditoria e della politica, che rappresentano il loro paese nella scienza e nella ricerca, che occupano, insomma, ruoli chiave in ambiti considerati un tempo feudi maschili, dimostrano che gli spazi non mancano ma c’è ancora molto da fare per superare le resistenze e gli stereotipi legati al lavoro femminile.

La campagna contro le molestie sessuali sul posto di lavoro, diventata virale dopo lo scandalo Weinstein, ha rilevato quanto sia ancora problematica la situazione delle donne che operano in ambiti dove a decidere sono gli uomini. Da un altro punto di vista il movimento #MeToo ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica, ridato voce alle donne e aperto nuove prospettive negli ambienti di lavoro prevalentemente maschili. Affinché il cambiamento sia definitivo le donne devono, però, imparare a cavalcarlo evitando di supportare inconsapevolmente gli atteggiamenti e le strategie di chi le vorrebbe fuori dal gioco.

Lavorare in un ambiente a maggioranza maschile può essere insidioso. Una donna soprattutto se di bell’aspetto, giovane, sicura di sé, può essere soggetta a una serie di pregiudizi che ne accompagnano il percorso professionale, dall’assunzione alle eventuali promozioni, incidendo sul suo rendimento e sulla stessa qualità della sua vita. “L’idea che abbia ottenuto il posto grazie al suo bel viso o alle sue curve, il sospetto che abbia fatto qualche concessione, la convinzione che sul piatto della bilancia abbiano pesato i suoi contatti personali più che le sue reali capacità, può far scattare da subito un meccanismo di svalutazione che passa per le battute ambigue e può arrivare alle avances” sottolinea la psicologa Anna Chiara Venturini. “Dato che le sue competenze sono messe in dubbio, lei si sentirà in dovere di dimostrare il proprio valore più di quanto non debba fare un uomo. E ogni errore sarà appesantito dal fardello di questi pregiudizi”. Come se ne esce?

“In primo luogo una donna non deve mai rinunciare alla propria femminilità, perché così facendo farebbe capire che anche per lei l’essere donna rappresenta un problema e la sua insicurezza la esporrebbe a ulteriori tentativi di invalidazione”, sottolinea Anna Chiara Venturini. “Le prime manager tendevano a omologarsi all’ambiente, si vestivano come i colleghi maschi per passare inosservate e per non essere discriminate erano disposte ad annullarsi, a diventare uomini”. Oggi c’è una diversa sensibilità: il movimento #MeToo ha messo sotto gli occhi di tutti il diritto e la possibilità di mantenere la propria identità e dignità anche in un contesto a maggioranza maschile. Le donne hanno già ampiamente dimostrato, non solo di poter svolgere le stesse mansioni di un uomo ma soprattutto di poter apportare come plus la propria diversità, la flessibilità, l’empatia, l’uso dell’immaginazione. Tutto questo continuando a vestirsi in modo femminile ed elegante.

Essere l’unica donna in ufficio, in cantiere, in sala operatoria, in caserma, espone a uno stress fuori dal comune. Per dimostrarlo in modo oggettivo, due ricercatrici dell’Indiana University a Bloomington negli Stati Uniti, Bianca Manago e Cate Taylor, hanno misurato le fluttuazioni del cortisolo in donne impiegate in ambienti dove più dell’85% dei colleghi era di sesso maschile. Alla fine della giornata lavorativa, i valori del cosiddetto “ormone dello stress” erano molto alterati. “Occhio però: tutto questo stress, spesso, non è dovuto al contesto ma come noi donne vi interagiamo” sottolinea la psicologa. “Essere iper preparate, sentirsi in dovere di dimostrare qualcosa a qualcuno, sforzarsi di arrivare sempre prima dei colleghi maschi, equivale ad accettare le dinamiche di un gioco che ormai ha fatto il suo tempo. Se vivete nella paura di sbagliare, troppo concentrate sulle aspettative e sul giudizio degli altri, non lavorerete bene e accumulerebbe tensione e ansia. Il primo passo è cambiare atteggiamento. Siate consapevoli del vostro valore e fate emergere le vostre capacità, ma perché le avete e sapete usarle, non perché dovete dimostrarle in ogni occasione. Non fatevi destabilizzare dalle pressioni esterne. Alla fine del lavoro i risultati parlano da soli e la gente si stufa presto di criticare se non la si dà corda”.

Il rischio di diventare oggetto di sguardi, battute e approcci non richiesti, è sempre dietro l’angolo. Per scongiurarlo è importante riuscire a creare un clima cordiale e sereno, all’interno del quale si possono scambiare e confrontare differenti punti di vista su questioni di lavoro e più avanti, perché no, anche di natura personale. “Perché la diversità fra uomo e donna sia riconosciuta come un valore aggiunto è necessario stabilire una certa distanza usando la capacità di sdrammatizzare, il gioco intellettuale ma anche una gestione consapevole della comunicazione non verbale” spiega la dottoressa Venturini. “Tenete presente che lavorando tutti i giorni gomito a gomito con soli uomini i segnali più deboli e inconsapevoli possono essere amplificati e fraintesi. Dovete imparare a mettere intorno a voi degli ideali muretti, per evitare che gli altri si prendano spazi e libertà per i quali non avete dato il consenso. Non è un modo per allontanare i colleghi, ma piuttosto per creare rapporti di lavoro forti e duraturi perché basati sul rispetto. Così poi potrete andare serenamente con loro a bere un caffè o accettare l’invito per un aperitivo, senza che ne scaturiscano situazioni ambigue”.

“Lavorare con soli maschi presenta anche dei vantaggi che non vanno trascurati” continua Venturini. “Dato che hanno una modalità di ragionamento più semplice e sono più basic anche nella gestione dei rapporti, spesso sono più pratici, diretti e immediati. Imparate da loro a essere essenziali, senza quei voli pindarici che vi fanno dissipare tempo ed energie. Nei gruppi di lavoro le donne considerano dettagli, obiezioni, alternative per arrivare a un ventaglio di soluzioni, ma in questo modo perdono di efficacia. L’uomo non si chiede il perché, va diretto a una soluzione e così arriva prima. Il massimo sarebbe riuscire a integrare questi due diversi approcci. C’è poi un aspetto psicologico molto importante: gli uomini sono naturalmente meno umorali e tendono ad avere un ruolo stabilizzatore mentre le donne, empatiche e complici, rischiano di fare da cassa di risonanza a un eventuale problema. Parlarne ore e ore con un collega non farà che appesantire il quadro, mentre un collega maschio può aiutarvi a ridimensionarlo e magari offrirvi un aiuto concreto”. Se in ambito sentimentale gli uomini sciorinano soluzioni quando le donne vorrebbero solo essere ascoltate e comprese, sul lavoro avrete modo di apprezzare la praticità maschile.

La cena con i colleghi

Anche la gestione del tempo libero merita delle attenzioni, perché potrebbe avere delle ricadute sul vostro lavoro. Potreste per esempio aver voglia di invitare i vostri colleghi a cena; è una buona idea ma assicuratevi che vengano anche le rispettive compagne e non sarebbe male, se foste a vostra volta accompagnate. Così sarà un’ulteriore occasione per baypassare i ruoli di genere e favorire un confronto “fra persone”. Se poi dovesse capitare di iniziare una relazione con un collega, meglio separare gli ambiti e mantenere la massima discrezione.

Francesca Tozzi

Gioielli investimento preferito dai passion asset.

“Un uomo si giudica dagli orecchini che ti regala” diceva Holly Golightly, la protagonista di Colazione da Tiffany, interpretata da Audrey Hepburn. Attenzione però, quegli orecchini potrebbero non essere solo un regalo ma anche un investimento.

Gioielli e pietre preziose si stanno affermando sempre più, come vero e proprio asset alternativo d’investimento. Un fenomeno globale che sta trainando tutto il settore dei beni di lusso con tassi di crescita che hanno raggiunto il 10% annuo. Lo scorso maggio sono andate in scena a Ginevra le aste più importanti dell’anno, (Geneva magnificent jewels), dedicate ai preziosi e le grandi case d’asta hanno raccolto nei loro cataloghi il meglio delle gemme e dell’oreficeria. Christie’s ha raccolto 81,6 milioni di franchi svizzeri mettendo in asta oltre 400 gioielli. Sotheby’s ha realizzato un fatturato di 85,7 milioni di franchi, con l’82% di lotti venduti di cui il 70% oltre la stima alta. Investire in gioielli significa saper riconoscere stili e caratteristiche delle produzioni orafe e come queste si sono evolute nel corso dei secoli. I gioielli Belle Epoque, le produzioni Art Decò e i cosiddetti “Dolce vita Jewels” sono tra i più apprezzati dal mercato.

Il periodo della Belle Epoque, ha visto la nascita di numerose delle storiche maison come Cartier, Bulgari e Tiffany che ancor oggi fanno sognare di fronte alle proprie vetrine. Questo periodo va dalla fine dell’ottocento alla prima guerra mondiale e porta con sé alcuni tra i principali mutamenti e innovazioni nel campo politico, sociale e artistico.

Le nuove tecnologie del tempo, la luce elettrica, l’automobile, il cinema, favoriscono la crescita della classe borghese e danno vita a una domanda senza precedenti per il comparto dell’alta oreficeria. Le realizzazioni Belle Epoque si caratterizzano per le linee fluide, dai motivi asimmetrici, le scene tratte dal mondo della natura tra cui fiori, insetti, lucertole e altre forme animali. Un esempio di stile Belle Epoque è la collana di platino e diamanti di Cartier, risalente al 1900 e proveniente dalla collezione Boniface de Castellane e Anna Gould venduta lo scorso giugno 2017, da Christie’s a Parigi per 1,4 milioni di euro.

Anche i gioielli appartenenti all’Art Decò, sono molto ricercati in asta. Il nome deriva dall’Esposizione Internazionale di Arti Decorative e Industriali Moderne, tenutasi a Parigi nel 1925. Il periodo che va tra le due guerre è stato caratterizzato da cambiamenti radicali, sia dal punto di vista sociale e culturale che nell’arte. Nascono il movimento cubista e il futurismo, che hanno avuto importanti impatti su architettura e design. I gioiellieri dell’epoca risposero al mutamento in atto e le realizzazioni in stile Art Decò uniscono, al valore dei materiali preziosi, il grande gusto dell’epoca. Queste realizzazioni sono caratterizzate per le linee semplici e simmetriche, diventando una perfetta rappresentazione di gioiello, opera d’arte e oggetto di lusso. Un esempio sono i bracciali di Van Cleef & Arpels, disegnati in collaborazione tra Renè Sim Lacaze e Renèe Puissant. Lacaze all’epoca era il capo del dipartimento di design artistico e creativo della maison Van Cleef & Arpels e riuscì a influenzare lo stile dell’Art Decò in Europa, grazie a una serie di rinnovamenti come il montaggio delle gemme preziose senza far vedere i metalli sul gioiello. Un esempio di questa tecnica è il bracciale di zaffiri, in asta lo scorso maggio da Christie’s a Ginevra, venduto per 1,32 milioni di franchi rispetto a una stima iniziale di 0,8-1,2.

Infine i “Dolce vita Jewels” sono molto apprezzati. Se Parigi è stata la capitale del fashion e della cultura Art Decò tra gli anni ’20 e ’30, Roma si è imposta in Europa come la regina dello stile, diventando tra gli anni ’50 e ’60 il punto di riferimento mondiale della mondanità. Erano gli anni in cui Cinecittà era conosciuta come “Hollywood on the Tiber” e lì si producevano più film che negli Stati Uniti. In questo fermento è nato lo stile Art Decò, caratterizzato dal carattere esuberante e colorato. I gioielli di Bulgari, deliziosi e sensuali, incarnavano la dolcezza della vita e il negozio di via Condotti era un luogo d’incontro per ricchi, famosi e artisti presenti in città. Tutte le stelle glamour, Anita Ekberg, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Sophia Loren e, naturalmente, Elizabeth Taylor sono state clienti devote di Bulgari. Christie’s ha portato in asta a Ginevra nel 2017 una serie di gioielli simbolo di quest’epoca: i bracciali della serie “Serpenti” uno di rubini e uno di zaffiri e diamanti di Bulgari, sono stati venduti per 367.000 franchi oltre la stima alta di 300.000. Sono tre esempi di periodi significativi nello sviluppo della storia del gioiello e che indelebilmente hanno segnato la storia dell’evoluzione di questa forma d’arte, che indissolubilmente resta una delle categorie più amate dai cosiddetti passion asset.

Attenzione a firma, epoca e qualità

Quando si valuta un investimento in gioielli bisogna avere in mente tre parole d’ordine: firma, epoca e qualità. Considerando congiuntamente questi tre aspetti, è possibile avvicinarsi al valore corretto dei preziosi in un’ottica di acquisizione per passione o investimento. L’unione della firma con l’epoca è un parametro essenziale, per stabilire la rarità o unicità dei preziosi nel contesto storico. Inoltre una firma prestigiosa conferisce al gioiello una maggiore liquidità in caso di rivendita. La qualità è poi determinante in fase di formazione del prezzo, sia per la sua importanza in termini di realizzazione artistica del prezioso, ma anche in termini di integrità e corretto stato di conservazione nel tempo.

Paolo Ceccherini

Rompere il circolo vizioso stress-obesità.

Un biscotto per un momento di solitudine, una focaccina per uno di noia … Quante volte il cibo fa da tranquillante o da rimedio per uno stato d’animo negativo? E quanto è profondo il legame tra quello che mangiamo e come ci sentiamo? Una domanda quanto mai attuale in un mondo sempre più “sotto stress”. Perché la ricerca del peso forma non può dimenticare la necessità di vivere meglio le proprie emozioni, anzi spesso passa da quella.

Perché si ingrassa

Mangiare nello stesso modo e vedere il peso sul display della bilancia che sale. A quanti è capitato? Non si tratta solo di un’impressione. “Le persone sotto stress tendono a prendere chili, anche quando le entrate caloriche non cambiano” conferma il professor Giorgio Calabrese, specialista in scienza dell’alimentazione e docente di nutrizione umana. “Gli studi dimostrano che si arriva a ingrassare fino a quattro volte di più. La responsabilità è di un ormone, il neuropeptide Y, che stimola l’accumulo del grasso nelle cellule. Grasso che si deposita soprattutto intorno alla vita: il più pericoloso per la sindrome metabolica e le malattie cardiovascolari. Quando ci si sente sotto tensione, bisogna stare ancora più attenti a non esagerare con grassi e zuccheri di dolci o di cibi da fast-food”.

Il menù antistress

Mangiare bene può rompere il circolo vizioso stress-aumento di peso. “I cibi da preferire devono essere semplici e ricchi di nutrienti, vitamine, sali minerali, fibre, verdura e frutta, cereali integrali, carne e pesce … Bisogna organizzare la giornata: prevedere una colazione buona e completa, che faccia venire voglia di alzarsi presto per gustarla, magari con pane e marmellata e latte o yogurt. Prendere poi, un primo piatto a pranzo, magari degli spaghetti all’italiana, al pomodoro, per trovare energia, senza sentirsi appesantiti” spiega il professor Calabrese. “Un secondo con pochi grassi a cena, da consumare non troppo tardi e con tranquillità. È importante anche variare: non bisogna mai annoiarsi a tavola e il modo migliore per evitare sbagli e dare al corpo tutto quello che gli serve”.

Piccole tentazioni

Anche il piacere, però, deve trovare spazio: per questo non tutte le piccole golosità sono vietate, anche quando si deve perdere peso o non si vuole ingrassare. “Il nostro cervello ha bisogno di gratificarsi. Ecco perché se si avverte il desiderio di un pezzettino di cioccolato o di un piccolo gelato è meglio mangiarlo subito, senza esagerare ma senza rimorsi” dice lo specialista. “Privarsene vorrebbe dire solo far diventare il desiderio irresistibile, moltiplicarlo e dopo cedere alla tentazione in modo peggiore”.

Dolce e rassicurante

Il nostro cervello vive cercando il piacere: lo cerca nell’amore, nelle amicizie, nelle conquiste dello studio e nel lavoro. Una ricerca non sempre facile. E “nei momenti no” per molti la risposta è un cibo gustoso o semplicemente stuzzicante, che riempie il vuoto emotivo. “Una soluzione facile che trova radici antiche dentro di noi: rimanda all’abbraccio rassicurante e dolce della mamma che ci dava il latte. Una risposta al disagio che, però, è momentanea e lascia più insoddisfatti di prima” spiega la dottoressa Paola Vinciguerra, psicoterapeuta, direttore scientifico bioequilibrium, presidente EURODAP.

Riconoscere le emozioni

Il primo passo per uscire da questo percorso chiuso, dove i chili in più non fanno altro che peggiorare umori e stima di sé, è dare uno sguardo più lucido alle proprie emozioni. “Bisogna imparare a capire se si mangia per noia, per rabbia, per placare l’ansia” dice la dottoressa Vinciguerra. “Le tensioni psicologiche, lo stress, alterano il rapporto con il cibo, lo rendono compulsivo. Il mondo circostante non aiuta perché dai media arrivano messaggi contraddittori: da un lato quello di essere sempre belli e in perfetta forma. Dall’altro quello di lasciarsi andare e farsi felici con cibi “sporchi”, poco sani ma molto appetibili. Allora è importante capire cosa si sente davvero e distinguere la fame da altre esigenze, non fisiche ma emotive”.

Vivere slow

Stress vuol dire anche fretta e poca attenzione: a quello che si mangia e nello stesso tempo a quello che si prova. “Per questo motivo la soluzione è vivere “slow”. Che non vuol dire, attenzione, vivere lentamente, ma imparare a vivere nel momento, nel presente” dice la psicoterapeuta. “Vuol dire riscoprire i sensi per prima cosa quando si mangia, assaporando quello che si ha nel piatto, gustandolo senza distrarsi con la tv o con lo smartphone. Vuol dire apprezzare il piacere della convivialità e dello stare insieme, perché un pranzo e una cena con persone che ci piacciono appaga, anche se non si esagera con il cibo. Significa trovare il tempo, ogni giorno per fare una bella colazione al mattino e per vestirsi con cura prima di uscire. È il primo passo per iniziare la giornata con meno nervosismo”.

Attenzione alla cena

Il momento più a rischio? La sera. È la cena, infatti, il pasto in cui il cibo riveste, ancor più che negli altri momenti della giornata, un valore di compensazione e di gratificazione. “Non a caso spesso a cena capita che non ci si fermi quando si è sazi e ci si concede invece qualche “coccola” che ripaghi di tutte le tensioni della giornata. Al primo posto fra i “cibi ricompensa” ci sono sempre i dolci, che non mancano mai nel carrello degli stressati” dice la dottoressa Vinciguerra.

Lucia Fino

Napercise ovvero la rivincita della pennichella.

Esistono importanti studi clinici sull’efficacia di un pisolino. Riuscire a ritagliarsi una breve pausa di sonno fra gli impegni della giornata, consente al fisico e alla mente di recuperare energie. Riposarsi quando si sottoposti a forti stress o la qualità del sonno è scarsa, ha la funzione di una ricarica: aiuta ad essere più attivi, alza la soglia dell’attenzione, rende la mente più lucida e pronta e riduce gli stati d’ansia. Se fino a ieri per concedersi una pennichella bisognava essere nel conforto della propria casa, da oggi si va in palestra.

Non è uno scherzo. Il training si chiama Napercise, un nome che nasce dalla fusione di due vocaboli inglesi, nap (= pisolino) ed exercise: nel Regno Unito, in Spagna e in Belgio è già un sistema di allenamento affermato e da poco, sull’onda dell’incredibile successo londinese, il gruppo fitness David Lloyd Clubs l’ha introdotto anche in Italia, nel centro Malaspina di Milano San Felice. “Dimenticate bike e attrezzi vari, in questa lezione non ce ne sono” esordisce la trainer, educatrice d’infanzia e insegnante di yoga Sara Mancinelli.

In effetti il Napercise si svolge in un ambiente adatto al sonno, non paragonabile alle sale corsi delle palestre cui siamo abituati: è uno studio equipaggiato con comodi letti singoli, con tanto di coperta e di mascherina per gli occhi e la musica di sottofondo che induce al relax. “La temperatura è intorno ai 18-19 gradi, perché questo stimola l’organismo a bruciare calorie anche durante il sonno”, assicura l’esperta.

Il relax si fa in tre parti.

Respirazione

La prima parte della “lezione” prevede esercizi di respirazione e di dolce allungamento, che si effettuano in piedi o seduti sul letto. “L’obiettivo è entrare in sintonia con il proprio corpo e con il ritmo del respiro, lasciando che le spalle, la schiena, il collo e tutti i muscoli si decontraggano”, spiega Mancinelli.

Tra sonno e massaggi

Ci si distende poi sui letti, ci si copre, si assume la posizione che si preferisce e ci si lascia andare, ascoltando solo le proprie inspirazioni ed espirazioni. Per 20 minuti si può dormire o rilassarsi totalmente, mentre l’insegnante, con un apposito strumento, esegue sulle persone presenti brevi massaggi del cuoio capelluto dall’effetto piacevole.

Il risveglio

La seduta si conclude con il risveglio, sottolineato da esercizi di respirazione: ci si prepara così a riprendere le attività con più sprint.

Emanuela Bruno

Modi di dire 34.

Si dice . . . “caucasico”

Il termine “caucasico” come sinonimo di individuo di carnagione bianca, è tuttora utilizzato da un certo gergo burocratico, anche se non ha valore scientifico ed è oggi sostituito da “caucasoide” o “europoide”. Fu introdotto dall’antropologo tedesco Johann Blumenbach, (1752-1840), il quale sosteneva che la specie umana si dividesse in 5 razze: mongolica, etiopica, americana, malese e caucasica, poiché le sue origini andavano cercate in Caucaso. Per Blumenbach la razza caucasica era quella da cui discendevano le altre. Base di queste credenze era il libro biblico della Genesi, secondo cui, dopo il diluvio universale, Noè con la sua arca toccò terra sul monte Ararat, (vulcano posto tra Turchia e Iran), e i discendenti dei suoi tre figli ripopolarono la Terra.

Si dice . . . “seminare qualcuno”

Vuol dire far perdere le proprie tracce, sbarazzarsi degli inseguitori, distanziandoli o sfuggendo loro con un’abile manovra o con un scaltro espediente. E nel linguaggio sportivo significa distaccare di gran lunga gli avversari grazie a uno scatto, a un’accelerazione. L’espressione ha origine nel linguaggio figurato legato all’agricoltura, specialmente di un tempo. E’ infatti una metafora che deriva dall’antico gesto dell’agricoltore nella semina a mano, tuttora in uso in varie regioni. Il contadino, camminando sui solchi del campo, lancia o sparge a terra i semi destinati alla germinazione, lasciandoli dietro i propri passi una volta e per sempre.

Si dice . . . “fare specie”

Questa locuzione si usa per esprimere sorpresa negativa, meraviglia o stupore a causa di un fatto insolito, strano. Per esempio: “Mi fa specie – diceva – perché di solito questo poveretto non si cura di nulla, (Pirandello, Il fu Mattia Pascal). Si tratta di un’espressione antica, amata in letteratura e che ritroviamo a Firenze già nel rinascimento, ma di origine non chiara. Alla base del significato sta il sostantivo latino species, che aveva un’accezione di “bellezza”, “magnificenza” e che nel corso dei secoli ha subito un’evoluzione di senso. Si crede che il modo di dire abbia assunto il significato di “fare (da solo) una specie” e quindi di rappresentare qualcosa di eccezionale, di unico. Da qui sarebbe derivato “suscitare meraviglia” e “stupire in senso negativo”.

Si dice . . . “Olanda” e non “Paesi Bassi”

Ci è del tutto consueto parlare di “Olanda” e di “olandese” per riferirci al Regno dei Paesi Bassi, ai suoi abitanti e alla sua lingua. Ma l’Olanda, (Holland in lingua locale, “terra boscosa”), divisa in Settentrionale e Meridionale, rappresenta in realtà solo 2 delle 12 provincie in cui è suddiviso lo stato dei Paesi Bassi, (in olandese Nederland, “terra bassa” in quanto al livello del mare). Questo equivoco, molto simile alla dizione Inghilterra per definire tutto il Regno Unito, nasce dal fatto che nelle 2 provincie d’Olanda sono concentrate le principali città dei Paesi Bassi: Amsterdam, Rotterdam e l’Aja, un terzo degli abitanti del paese e persino i celebri 19 mulini a vento patrimonio UNESCO. Allo stesso modo è più corretto definire la lingua locale “neerlandese”.

Si dice . . . “pagare alla romana”

La locuzione “pagare alla romana” o “fare alla romana” si riferisce alla consuetudine di dividere in parti uguali una spesa affrontata in comune, in genere un pranzo o una cena di gruppo. E’ però diffusa – lo è stato di più in passato – anche un’interpretazione diversa dell’espressione: cioè il dividersi la spesa nella misura delle vivande in effetti consumate da ciascuno. La seconda versione è forse più attinente alla probabile origine del modo di dire. Si definivano infatti “romanate” le merende fuori porta, tipiche della tradizione capitolina, in cui i commensali mettevano in comune le proprie cibarie e semmai consumavano le bevande presso un’osteria di campagna. Troviamo il termine “romanata” già in una lettera di Ugo Foscolo, (1778-1827), con riferimento a una gita di gruppo nelle campagne di Fiesole.

Si dice . . . “gli venisse un accidente”

L’imprecazione popolaresca “gli venisse un accidente!”, che presenta molte derivazioni, (“quell’accidente di persona”, “non capisce un accidente” ecc.), è di fatto una maledizione, un malaugurio inviato da chi si sia inferocito dal comportamento di qualcuno. L’accidente di cui sopra deriva dal latino accìdere, “accadere”, e in particolare viene riferito a ciò che succede fortuitamente, apparentemente frutto del caso, dell’imprevisto. Proprio questo dominio del Fato, per gli antichi perfino più forte degli Dei, ha trasformato il termine in un evento in genere negativo: “gli accidenti della vita”, “gli è preso un accidente” e così via.

Si dice . . . “accettare con beneficio d’inventario”

Significa accogliere qualcosa, (una notizia, una informazione, un racconto ecc.), riservandosi di controllarne la fondatezza o la validità. L’espressione ha origine nel linguaggio giuridico-notarile, in particolare dal diritto testamentario. Riguarda infatti l’accettazione di beni ereditati con riserva di decidere se tenerseli o meno, in seguito a un inventario del patrimonio, in modo da evitare brutte sorprese, come tasse di successione troppo onerose, ovvero debiti che il defunto ha contratto gravando di ipoteche i propri beni. Ragion per cui l’erede potrebbe trovarsi a dover spendere cifre superiori all’importo dei beni ereditati.

Si dice . . . “essere scorbutico”

Quando ci si riferisce a una persona definendola “scorbutica” si vuole intendere qualcuno che abbia un carattere difficile e scontroso, scostante o irascibile, in apparenza senza motivo. In origine l’aggettivo, anche sostantivato, era riferito a chi soffriva di scorbuto, una malattia un tempo molto diffusa che si contrae, in genere, a causa di diete inappropriate, per carenza nell’organismo di vitamina C, contenuta soprattutto in diversi vegetali e negli agrumi. Lo scorbuto, che fino al 700 inoltrato affliggeva i marinai imbarcati in lunghe navigazioni, comporta come sintomi emorragie gengivali, ulcerazioni, edemi articolari, ma anche apatia, irritabilità e cattivo umore, per cui l’aggettivo si è esteso a chi ha un brutto carattere.

Si dice . . . “portare sugli scudi”

Vuol dire esaltare qualcuno, incensarlo, acclamarlo trionfalmente. E’ un’espressione ricalcata sul francese elever sur les pavois, frase documentata fino dal XVI secolo. Deriva dall’antica usanza del popolo germanico dei Franchi, (che nel III secolo d.C. invase la Gallia e le dette il nome attuale), di portare in trionfo sul suo stesso scudo il condottiero vincitore di una battaglia. Del resto nel tardo impero romano, questa cerimonia equivaleva in pratica all’acclamazione a imperatore: un generale che tornava vittorioso alla testa del suo esercito, veniva portato sul suo scudo dai soldati nella sala del trono e tanto equivaleva a un’incoronazione ufficiale.

Si dice . . . “stare freschi”

La locuzione esclamativa “stare freschi”, (“ora stiamo freschi!”, “adesso stai fresco!” ecc.), sottolinea ironicamente la prospettiva di un grosso guaio in arrivo, o anche l’avere poche speranze di riuscita positiva da una situazione che si prospetta spiacevole. La popolare esclamazione è stata ispirata dai versi della Divina Commedia: “Io vidi, potrai dir, quel da Duera là dove i peccatori stanno freschi” (Inferno, XXXII, 116-7). Con queste parole pronunciate da Bocca degli Abati, Dante allude all’Antenora, la seconda zona del IX cerchio dell’Inferno, in cui i condannati per tradimento della patria stanno conficcati fino al collo nel lago ghiacciato di Cocito e il loro viso è paonazzo per il freddo.